Un nuovo film di Guido Chiesa
Let it be
di | Sviluppo Lungometraggi | consulté 3849 fois |

Let It Be è il progetto per un film su una delle figure più note e amate, ma forse non altrettanto conosciute e raccontate, della storia dell’umanità: Maria di Nazareth. Infatti, a dispetto della serie infinita di studi a lei dedicati, raramente ci si è cimentati nella ricostruzione della sua vicenda terrena, della sua esperienza di donna nelle diverse fasi che hanno preceduto e accompagnato la nascita di Gesù. Basti pensare che, mentre abbondano i titoli, anche nella cinematografia italiana, dedicati a Cristo e a molti personaggi biblici, per trovare un film sulla figura di Maria nel cinema nostrano, a quel che ci risulta, bisogna tornare al 1951 con Mater Dei, film agiografico di Emilio Cordero.
Let It Be, però, non vuole essere semplicemente un film su Maria, ma intende proporre una lettura inedita e peculiare di questo personaggio, il cui culto ha finito col superare nei secoli gli stessi confini posti dalla dottrina ecclesiastica.
Premettiamo che il nostro approccio non vuole essere né scandalistico, né banalmente modernizzante. Nel raccontare una parte ben precisa della vita di Maria, ci atterremo strettamente alla parola dei Vangeli, senza tralasciare nel lavoro di documentazione le altre innumerevoli fonti (inclusa la sura che le dedica il Corano, e che è alla base di una devozione di matrice islamica), ma nel rispetto pieno della tradizione canonica.
Quello che cambia è la chiave di lettura adottata, tutta interna a un discorso sulla maternità e alla sua fisiologia mai affrontato prima. Il ruolo di “madre di Dio”, che il cristianesimo ha assegnato a questa donna, vale a dire a un essere umano, indica la sua posizione centrale e insostituibile, quanto quella di ciascuna madre per il proprio figlio.
Prima che un modello di “devozione”, Maria in questa prospettiva incarna totalmente l’adesione alle leggi di natura che l’evoluzione della nostra specie ha previsto. L’umano attraverso lei si afferma pienamente, viene realizzato senza interferenze.
L’attualità di Maria sta in questo. Lo stesso sentimento dell’umiltà che da sempre l’accompagna non equivale a una rinuncia imposta, ma a un’attitudine a lasciarsi guidare dagli istinti attraverso un sano equilibrio con la razionalità. Il film racconta proprio come in Maria questo bilanciamento tra istinto e ragione venga a perfezionarsi attraverso la maternità, in una prospettiva squisitamente femminile. La sua santità può essere quindi letta come il recupero di un’armonia che la civilizzazione ha incautamente infranto, separando l’istinto e la ragione, lo spirito e la carne. La sua umanità piena è quella che le ha consentito di superare barriere culturali e religiose, credendo fin dal concepimento nella innocenza del figlio. La forza di questo messaggio, siamo convinti, sollecita interrogativi e riflessioni che vanno oltre l’interesse dei soli credenti, rivolgendosi a tutti, laici e non credenti, ma anche fedeli di religioni diverse.
Let It Be è in questo senso anche la storia di un corpo. E il corpo di Maria ha testimoniato nel corso dei secoli una indispensabile funzione di vicinanza e contatto, incessantemente ritratta con il bambino tra le braccia, o nell’atto di nutrirlo al proprio seno come confermano le tante “Madonne del latte”. Il primo contatto di cui Maria e Gesù hanno beneficiato all’interno della grotta, vicini ad altri mammiferi, non è un dettaglio trascurabile, ma il cuore del messaggio contenuto nella natività: perché altrimenti non far nascere Gesù altrove? Perché sottolineare la solitudine di questo parto, al riparo da intromissioni? Non basta il riferimento ai natali umili del Cristo, altrimenti rappresentabili: qui è in gioco l’esperienza della donna partoriente e del nascituro in condizioni ottimali, vale a dire in linea con i loro requisiti primari, con le loro attese biologiche e fisiologiche. E’ possibile in questo modo comprendere fino in fondo anche la funzione dei Re Magi, sapienti venuti da lontano che si inginocchiano di fronte al bambino, mettendo cioè al suo servizio ogni sapere e “ricchezza”, senza sopravanzare la sua natura. Come non pensare alle parole di Gesù:
In verità vi dico: se voi non vi convertite e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà umile come questo fanciullo, egli sarà il più grande nel regno dei cieli, e chiunque accoglierà un fanciullo come questo in nome mio, accoglie me. (Mt 18, 3-5).
E come non vedere quanto queste parole devono al fatto di aver goduto di fiducia e rispetto fin dai primi istanti di vita? Che senso ha separare, come per troppo tempo si è fatto, il figlio appena nato dalla madre? Perché metterlo nella mangiatoia? La mangiatoia del bambino Gesù è Maria, e nessun altro.
Non solo negli episodi evangelici Maria non ostacola il figlio, ma quando è necessario si fa da parte, come al Tempio. E questo farsi da parte non ha mai un carattere di sacrificio, di ferita o rinuncia ma sarà all’interno di una naturale evoluzione. La comunione vissuta con lei consentirà a Gesù di raggiungere e incarnare l’altra comunione alla base del messaggio cristiano. Non possiamo non rifarci, a questo proposito, alle parole che a Maria dedica Santa Teresa di Lisieux, ricordandoci quanto poco conosciamo della sua vita, e che suonano quasi come una dichiarazione di poetica.
Non è necessario dire cose inverosimili che poi nessuno conosce. (…) Perché una predica sulla santa Vergine mi piaccia, e mi faccia del bene, mi deve far vedere la sua vita reale e non una vita fantastica; e sono sicura che la sua vita reale era proprio semplice. Ce la fanno vedere inaccessibile e invece bisogna farla vedere imitabile.
Dal punto di vista cinematografico, infine un film su Maria pone una serie di problemi non indifferenti. Prima di tutto, di ricostruzione: storica, antropologica, linguistica. La nostra scelta sarà sempre quella di privilegiare il significato degli eventi narrati, dei riti messi in campo, dei dettagli su cui ci soffermeremo, piuttosto che inseguire una maniacale quanto impossibile correttezza filologica. Sul versante scenografico, ad esempio, opereremo una sorta di stilizzazione che, sottraendo elementi alla scena ma non all’impatto emozionale, favorirà sia il contenimento dei costi sia la convergenza dell’attenzione dello spettatore verso i nuclei forti della vicenda. Questo non significa che non ci saranno momenti altamente spettacolari (le violenze tra Romani ed Ebrei, ad esempio) o visivamente ricchi (le carovane, i caravanserragli, i Magi, il Tempio), ma esse verranno trattate come fossimo in una sorta di documentario, in cui a contare non è l’abbondanza dei dettagli, ma la loro verità. E per verità intendiamo anche una ricostruzione sporca, che restituendo le reali condizioni di vita dell’epoca, esalti la purezza tutta terrena dei gesti e dei sentimenti della protagonista. Sul piano della lingua, invece, utilizzeremo un idioma corrente, spogliato dagli elementi poetici del testo biblico, pur rendendo giustizia all’afflato sacro del contesto. Infine, ci immaginiamo un film in cui rumori e silenzi, colori e luci giocheranno un ruolo altamente espressivo, lontano dal sensazionalismo eclatante che oggi sembra dominare le pellicole di ricostruzione storica, in una direzione tutta intima, adeguata a quel mistero rivelato della maternità e dell’umanità, di cui la storia di Maria ci sembra la splendida testimonianza.
